cultura

  • Egist 'o kamurrist

    Egíst 'o kamurríst è un concentrato di atteggiamenti violenti, di quella mentalità prepotente che costituisce la sostanza della cultura camorristica in Italia. 
    È possibile cambiare le cose e vincere le mafie solo vincendo prima questa coltre di accettazione, di rassegnazione e di paura che annerisce le nostre vite. A Napoli la camorra è prima di tutto una forma mentis.
    Egíst vive questa condizione fino in fondo, idealizzando, come tanti, le figure legate al "sistema" come figure vincenti, come esempi di realizzazione e di potere. Gli stereotipi mafiosi e i suoi simboli sono per lui una guida, l'arroganza è il suo modo di relazionarsi: in sostanza, idiozia.

    Per fortuna è abbastanza goffo da non farci mai davvero paura, e il paese in cui si aggira per i suoi loschi affari, è forse un paese meno disposto di quello attuale a tollerare il fatto che esista gente come lui.

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    Egist' o kamurrist

  • Una delle sfide più difficili del fundraising italiano: il Sud

    Salve,
    mi chiamo Vincenzo De Luca Bossa, sono un fundraiser e volontario napoletano, ho 22 anni e questa è una lettera aperta a tutti i principali esperti di fundraising in Italia per parlare di una delle più difficili sfide da affrontare: la profondissima crisi che il Sud Italia sta vivendo nel settore del no profit.
    Sono stato presente al Festival del Fundraising 2014 e 2015, un'esperienza che mi ha cambiato la vita e mi ha dato tanta fiducia, nozioni e contatti, ma mi ha anche fatto conoscere un triste dato: i fundraisers e le grandi organizzazioni del Sud Italia sono davvero in numero esiguo.

    Solo nella mia città, Napoli, i problemi legati al terzo settore sono tantissimi: dispersione scolastica, carenze sanitarie, emergenza ambientale, camorra e corruzione istituzionale, disoccupazione, carenza di strutture sociali e chi più ne ha più ne metta.
    Il Sud si è basato per decenni soltanto su fondi pubblici, senza neanche riuscire a colmare la quantità enorme di emergenze di cui è vittima, ed ora che deve affrontare la sfida della professionalizzazione e la nuova ricerca di fondi si trova -come al solito- senza armi.
    Sono convinto che un'associazione che dipende da migliaia di donatori sia molto più virtuosa di chi deve rispondere solo ad un tecnico di una fondazione, perché i donatori sono i nostri primi controllori, e se ci comportiamo bene, se siamo ambiziosi, efficaci, efficienti ed onesti ci supporteranno sempre di più, altrimenti -come il gioco dell'evoluzione- ci abbandoneranno, favorendo altri.
    Per questo dobbiamo anche imparare a diffondere la cultura del donare tra le persone, e vi posso assicurare che il calore e l'affetto non ci mancano.

    Ho sentito dire che noi del Sud non vogliamo professionalizzarci, non vogliamo convertire alla raccolta da fondi privati il nostro lavoro, che vogliamo rimanere volontari. È falso, totalmente! Io ho visto invece tantissima voglia di fare, voglia di riportare in alto un territorio meraviglioso e ricco di bellezze, naturali e umane, di diventare un esempio per il mondo intero: se Napoli e il Sud Italia ce l'ha fatta, allora tutti possono, la speranza è l'ultima a morire!

    Ascoltando le più belle sessioni dei maestri del Fundraising ho sempre sentito parlare di sfide da cogliere, confini da superare, fiducia da diffondere e ambizione, per questo vi chiedo, da piccolo aspirante fundraiser, di cogliere al volo la sfida di diffondere conoscenze e speranze anche a Napoli e tutto il Sud Italia, senza arrendervi per la sordità, la cultura e la disillusione di molte persone.

    Organizziamo sessioni informative, creiamo corsi nelle università del sud, organizziamo eventi, diamo vita a gruppi, supportiamo il cambiamento qui dove serve! Investiamo!

    Forse questo messaggio sarà ignorato, ma dovevo provarci.
    Dovevo provare ad uscire dalla frustrazione di avere 22 anni, a Napoli, nascere con un cognome omonimo di un clan di camorristi, vivere in un quartiere di periferia senza strutture sociali e lavorative, provare a cambiare le cose lavorando in un'associazione di volontariato, ma sentirsi inutili.

    (in foto: questo sono io che parlo ai bambini di Ponticelli nella piazza di spaccio in cui 25 anni fa ammazzarono 4 vittime innocenti)

    Ho visto bambini con i genitori analfabeti, disoccupati, in carcere, crescere senza punti di riferimento positivi e non poter far nulla per salvarli.
    Ho visto bambini dislessici dover attendere una fila di anni all'ASL, rischiando di non poter mai più guarire e non poter far nulla per salvarli.
    Ho visto disabili essere relegati in casa, non poter visitare parchi, ingabbiati in una stanzetta buia e senza attrezzature in una scuola pubblica e non poter far nulla per salvarli.
    Ho visto ragazzi di 17 anni costretti a rubare motorini per portare un pezzo di pane ad una figlia avuta troppo presto, ed essere incarcerati e non poter far nulla per salvarli.

    Io non ci sto alla soluzione di andare via, pensare alla mia vita, e lasciare una città così bella in balia dei suoi problemi, senza fare nulla.
    È questo che deve fare un fundraiser: essere presente dove c'è bisogno, rendere possibile l'impossibile, agire anche al buio per portare la luce.
    Non voglio restare solo in questa battaglia, non voglio fallire e disilludermi, voglio farcela, e solo voi potete rendere possibile una delle sfide più difficili del fundrasing in Italia: salviamo Napoli, salviamo il Sud, dimostriamo al mondo intero quello che -uniti- possiamo fare!


    Vincenzo De Luca Bossa,

    ass. TerradiConfine

     

     (in foto: questo sono io che parlo ai bambini di Ponticelli nella piazza di spaccio in cui 25 anni fa ammazzarono 4 vittime innocenti)